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Arcade Fire – Reflektor (2013)

ImageAmmetto che, prima di ascoltare questo disco, la mia conoscenza del gruppo in questione era molto sporadica ed episodica. In soldoni: sapevo dell’esistenza di un gruppo chiamato Arcade Fire, e che tendenzialmente piaceva/piace a tutti quanti, ma ne avevo ascoltato finora un esiguo numero di canzoni.

Personalmente rientro in quella schiera di rosiconi che devono fare gli antagonisti a tutti i costi: quando compare un fenomeno che trasversalmente riscuote solo parole di elogio, è più forte di me provare una certa antipatia verso il fenomeno in questione. Nel caso degli Arcade Fire, poi, la situazione è davvero paradossale: apprezzati dalla critica e dal mercato, dai network radiotelevisivi e dalle webradio di nicchia; un consenso unanime e democristiano che alle mie orecchie suona melodico quanto lo sferragliare del tram in dormiveglia. Pensateci: indipendentemente dal luogo in cui troviate, che sia circolo Arci o locale fighetto, gli Arcade Fire rappresentano sempre un ottimo elemento di conversazione. Come il meteo, Matteo Renzi ed il seitan. E come codesti argomenti, anche parlare di AC contribuiranno a darvi quell’aria da “sono partecipe di una tendenza che, per quanto totalmente inglobata e fagocitata dal mainstream, mantiene comunque certi connotati di indipendenza; sono quindi una persona fortemente libera, autodiretta ed anche un po’ sbarazzina – perché io valgo”.

C’è un altro elemento che, scorrendo la tracklist di Reflektor, mi ha fortemente affascinato: la sovversione puntuale e quasi sospetta di tutti gli abituali canoni di un disco atto a riscuotere successo commerciale – parliamo di un album che in UK ha debuttato al n.1, vendendo 45k copie in una settimana. In Italia con 15k ti danno il disco d’oro, per intenderci. Facendo un rapido elenco:
1. Durata max 50′-60′: Reflektor, hidden track compresa, dura 85′;
2. Lunghezza dei brani tra i 3′ ed i 3’30”: qui siamo in media oltre i 5′;
3. In copertina mettici sempre il faccione di quello che canta: sulla cover non ci sono nemmeno titolo e artista.
In sintesi: sovvertendo i paradigmi del mercato, gli AF conquistano il mercato stesso.

Dati tutti gli elementi di cui sopra, il dubbio mi è sorto abbastanza spontaneo: evidentemente il mio snobismo di merda, come il nobile decaduto che schifa la mensa dei poveri e finisce morendo di fame, era probabilmente ancora una volta immotivato. L’ascolto di questo (doppio) disco ha confermato in pieno questa brillante intuizione: una parola, capolavoro.

Ascoltare “Reflektor” mi fa pentire una volta di più di essere musicalmente un assoluto ignorante. Il gioco di richiami, di citazioni, la riproposizione di cifre stilistiche da un passato più o meno recente, è un qualcosa che permea l’intero disco e che rappresenta a sua volta un tratto distintivo di questo lavoro: apprendere e rielaborare, come ci insegnavano a scuola, è esercizio ben diverso dalla mera copiatura. Sarebbe davvero bello avere le nozioni e la coltura per cogliere in pieno le sfumature di questa elaborazione così sofisticata. Altro elemento rilevante: la commistione di più generi all’interno di un tessuto coerente. “Flashbulb Eyes” e “Here Comes The Night Time” ne sono l’esempio più rilevante: ritmica haitana fusa a sonorità più prettamente rock. Suonano meglio questi brani di come io abbia scritto l’ultima frase, davvero. Il succo del discorso è semplice: quando hai la piena padronanza della situazione, puoi permetterti questi excursus risultando credibile e producendo delle figate. In caso contrario, sarai l’ennesima band che prova a fare dancehall scimmiotando Sean Paul e suonando al baretto del Leoncavallo.

Appunti sparsi/motivi più che validi per ascoltare questo disco:- la voce di Régine Chassagne. Alzi la mano l’ascoltatore di sesso maschile che non ha un’impennata testosteronica ascoltando il controcanto di “Joan of Arc”;
– il riferimento al mito dell’Orfeo Negro, del quale ovviamente ignoravo l’esistenza: rivisitazione moderna in salsa sudamericana del mito di Orfeo ed Euridice, intimamente apprezzato dal sottoscritto nei suoi momenti di emotudine più straziante. Il dittico “Awful Sound (Oh Eurydice)” + “It’s never Over (Hey Orpheus”) è forse il momento più alto del disco. In effetti, se puoi permetterti una digressione così “greek nerd”, significa che sei davvero al livello oltre;
– sgamare la voce di David Bowie nella titletrack. Rimango convinto che sia una boutade, e che David Bowie non esista davvero;
– sempre nella medesima traccia, la sapiente manipolazione dei sample da parte di Kid Koala, che, oltre ad avere il nome più bello nella storia della musica, è un dj/musicista geniale – recuperatevi l’album “Deltron 3030” dell’omonimo gruppo e ringraziatemi;
– Afterlife è una delle canzoni più belle che abbia sentito negli ultimi anni.

Nel complesso, “Reflektor” è un bellissimo viaggio lungo panorami molto variegati – essendo questa una metafora estremamente banale, eviterò di approfondirla. Il disco primo ha ritmi molto incalzanti, quasi serrati soprattutto nella doppietta finale “You Already Know” + “Joan of Arc” (v. sopra); in una certa misura rappresenta quello che un profano come il sottoscritto tenderebbe ad aspettarsi dalla band che più di tutte incarna lo spirito dell’indie rock. Quello davvero spiazzante è tuttavia il secondo disco: mi immagino Win Butler che chiama a raccolta le truppe e dice ok, il compito lo abbiamo fatto, ora divertiamoci e combiniamo il cazzo che ci pare. Mi permetto però un paio di note: “Here Comes The Night Time II” è tutto sommato evitabile; il fatto che tu abbia piazzato una traccia mezza mediocre come “Porno” tra “It’s Never Over” e “Afterlife”, amico Win, mi ha fatto molto arrabbiare. I 5-6 minuti finali di Supersymmetry, tuttavia, valgono come adeguato risarcimento: sono un modo davvero sublime per chiudere questo disco. Ti lasciano con il respiro in sospeso, creando una tensione strumentale che si risolve in un colossale nulla di fatto. Volessi dire qualcosa di retorico, direi che in Supersymmetry “il senso dell’attesa è l’attesa stessa”; non facendo ancora il ghostwriter per un’importante casa editrice, eviterò. Ad ogni modo, chiudere un album di 80 e rotti minuti con una coda di questo genere è un nuovo colpo di genio.

La domanda successiva è molto semplice: ed ora?
Aspetterò con ansia il tuo prossimo album, caro Win, e ben trovato; grazie mille per avermi dato finalmente un argomento di discussione polivalente nelle fredde serate milanesi.

PS. Gli Arcade Fire hanno partecipato alla colonna sonora di “Her”, film di Spike Jonz uscito nel mese di dicembre e molto ben accolto dalla critica. In Italia arriverà nelle sale a marzo. Di seguito trovate l’ultimo trailer del film, musicato proprio dagli AF.

 

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Au Revoir

Cari fedeli lettori,

dopo un anno abbondante di vita, questo blog chiude – almeno parzialmente – i battenti.

Il motivo di questa scelta è molto semplice: dall’inizio di aprile ho deciso di rinunciare alla vita da pendolare – abiuro il pendolaresimo, in sostanza.

Può essere che, quando mi ritroverò a prendere la Milano – Asso per riabbracciare la verde Brianza, verrò preso da uno slancio irresistibile verso la scrittura. Fino a quel momento, tuttavia, le trasmissioni sono interrotte.

In realtà non è vero..le trasmissioni proseguono, cambia solo il titolo del programma: da “Ogni Giorno Sulle Nord” a “Vado a Vivere a Milano” (http://vadoavivereamilano.wordpress.com). Per chi traesse una qualche forma di masochistico piacere nel leggere le mie cagate..sapete dove trovarmi.

Per cortesia, salutatemi il Controllore Rosso. Avrei tanto voluto prendere il treno, quest’oggi, e sventolare sotto quel muso da leghista la prima pagina di un qualsiasi quotidiano.

A presto,

A.

 

 

FNM SPA

Signori e signore, amici e amiche, pendolari e pendolaresse, sono lieto di presentarvi in esclusiva assoluta la grande novità che consacrerà l’Inverno 2012 come una stagione indimenticabile, la gemma che imperitura brillerà nel vostro album dei ricordi: il Dipartimento commerciale, l’Area marketing e la Direzione tutta sono lieti, orgogliosi e persino un po’ commossi di presentarvi il lancio dell’esclusiva offerta FNM SPA!

No, miei cari studenti e studentesse, nani, orchi e ballerine, la sigla “SPA” non è un volgare acronimo di stampo economico/finanziario, non indica lo statuto di Società-Per-Azioni – anche perché, eventualmente, potremmo attribuire a queste tre graziose letterine tanti altri significati: Società-Per-Assiomi, ad esempio, assiomi come lo stato di perdurante ritardo che caratterizza i nostri convogli..ma non formalizziamoci su queste piccolezze, suvvia.

Intendiamo proprio dire SPA come quei centri termali in cui vi rintanate nei tristemente gelidi week-end di febbraio; quelle località, diciamocelo!, banali, inflazionate, e tremendamente care! Perché costringere voi stessi ed i vostri cari ad ore di faticoso tragitto per raggiungere la tracotante ridondanza delle Terme di Bormio, con quelle pacchiane sfumature di derivazione romana? Gli antichi romani, come dice l’espressione stessa, sono a-n-t-i-c-h-i! So’ vecchi, sanno proprio de muffa, de sporco..ma quale wellness, quale benessere può evocare l’idea di un impero di acari?! Perché infilarsi a Monticello, in mezzo ad orde di milanesi in fuga dalla caotica trama della vita cittadina, nella flebile speranza di una tenue serenità, quando in realtà sei circondato da campi con un fetore di buascia appena sfornata? Miei stimatissimi commilitoni, sempre pronti a lamentarvi senza alcuna motivazione sensata, le Nord tengono davvero a voi ed alla vostra salute psicofisica! Il vostro abbonamento, da oggi, non servirà più soltanto a garantirvi il più moderno servizio di trasporto che sia disponibile sulla tratta Asso-Milano (il fatto che la nostra posizione di monopolisti ci renda l’unica scelta possibile non inficia la qualità del servizio stesso, ndr); il vostro abbonamento, da oggi, comprenderà anche la speciale offerta FNM SPA, senza aggiungere nemmeno mezzo centesimo!

(Come? L’abbonamento di febbraio è aumentato rispetto al mese precedente e nessuno vi aveva avvisati? Sciocchi, è perché il 2012 è un anno bisestile, e febbraio ha 29 giorni, e capita solo una volta ogni quattro anni! Su certe cose siete proprio lenti…)

L’offerta FNM SPA è così articolata:
1. INFERNO DI GHIACCHIO
Odiate il caldo? Pensate che l’inverno sia la stagione più bella ed eccitante dell’anno? Vi lamentate perché, dannato effetto serra, non ci sono più gli inverni di una volta e le temperature di questi giorni ai vostri tempi sarebbero state considerate tipicamente estive? Abbiamo la soluzione che saprà ibernare i vostri bollenti spiriti! L’Inferno di Ghiaccio prevede un trattamento in esclusiva, per i nostri clienti più rigorosi. Avete presente quelle grate che ci sono alle estremità dei vagoni, dai, quelle robe metalliche che sembrano rastrelliere per biciclette ma in realtà cacciano aria..come si chiamano? Riscaldamenti? No, errato! Chi l’ha detto che i caloriferi devono produrre necessariamente calore? Dai nostri, ad esempio, uscirà un’aria importata direttamente dalla Tundra Antartica. Allo stesso tempo un confortevole getto di aria glaciale passerà dai finestrini, che abbiamo volutamente omesso di riparare, ed in qualche modo anche dai vostri sedili. Com’è possibile? Non lo sappiamo nemmeno noi, però tranquilli, parola di scout, vi si geleranno le chiappe! I benefici del freddo sono sotto gli occhi di tutti: bloccate l’incedere di quelle rughe che stanno lentamente (ma nemmeno troppo) prendendo possesso della vostra faccia, rinvigorite la vostra stanca circolazione, ibernatevi per consegnare ai posteri un’immagine semidecente della vostra persona.
Se siete fortunati, potrete collaudare una delle splendide varianti che mettiamo a vs. disposizione:
– Inferno di Ghiaccio versione Wyoming: il treno, per qualche motivo ignoto, si ferma per una durata illimitata nelle sterminate praterie tra Milano e Seveso – godetevi fino all’ultimo istante di gelo!
– Inferno di Ghiacchio versione prequel: toh, scherzone, il treno che doveva partire alle 20.09 parte alle 20.40! Siete costretti ad aspettare il treno lungo il binario e ci sono 5 gradi sottozero?! Dipende dalla prospettiva: in Fahrenheit i gradi in realtà sono 22! Ed al posto di lamentarti sempre, scassamin***a che non sei altro, chiedi a quella giovane studentessa se intende riscaldarsi insieme a te: due schiaffi non te li negherà di certo, e quelli scaldano eccome!

2. PENDOLARI DI FUOCO
Come tutte le persone normali odi l’inverno, e l’unica cosa che apprezzi è la possibilità di ingrassare come un porcello perché tanto sotto il giaccone non si vede quella panza strabordante? Se la temperatura scende sotto i venti gradi non esiti ad indossare mutande di lana e maglia della salute? Ti faremo ribollire il sangue nelle vene! Temperature tropicali accompagneranno il tuo percorso fino all’ufficio: una flora e una fauna ad hoc allieteranno il tempo speso a bordo dei nostri convogli. Come dici? Quell’odore non proviene da piante equatoriali ma dal tuo vicino che non si è tolto la giacca ed ora suda e puzza in maniera indegna? Ma fa tutto parte della messinscena! Finestrini saldamente bloccati eviteranno improvvidi cali di temperatura; i nostri sedili in fintasimilpellecheprobabilmenteèdavverotossica renderanno la tua avventura davvero indimenticabile. Scegli il caldo, scegli la vita, scegli le Nord!
Solo per te l’opzione “Pendolari di Fuoco – Royal Rumble”: sali sul treno a Meda, in quelle mattine in cui decidiamo di darvi il treno nuovo, che è tanto bellino ma andava bene giusto per il plastico delle Barbie in quanto ha capienza 12 persone; non riuscirai a muovere più di due passi, una volta salito a bordo, e dovrai fermarti in fondo alle scale, compresso tra decine di altri fortunati come te. Noi al tuo bene ci pensiamo davvero: pensa a quante tossine riuscirai ad espellere nel corso della successiva mezzora!

Infine, last but not least, dulcis in fundo, beati gli ultimi, hic et nunc, etc&etc…sai qual è la cosa veramente, ma veramente figa? Che il trattamento non sei certo tu a sceglierlo! Sali su una carrozza, sfida la sorte, scopri cosa il destino ha riservato per te! Saranno le fiamme o il ghiaccio eterno, sarà l’igloo o la fornace, sarà il caldo soffocante o il freddo che mozza il respiro? Sorpresa! Trova le carrozze fortunate, vivi un’esperienza unica ed indimenticabile: arrivato a Milano sarai senz’altro una persona diversa. Potresti trovare un modo migliore per iniziare la giornata?

FNM SPA. Fermamente Noi Miglioriamo (il) Servizio Per Accontentarvi. Un nome, un acronimo, una garanzia. Grazie a tutti per il vostro affetto!

Samba dice che

Samba si chiama così perché, a suo modo di dire, è un ballerino provetto: decisamente meglio dei brasiliani. E l’omonima danza, neanche a farla apposta, è il suo vero cavallo di battaglia.

Samba, in realtà, ci tiene a sottolineare che una consistente porzione del suo genoma discende proprio dal Paese che un giorno diede i natali ad Ayrton Senna: il nonno di una zia, o qualcosa del genere, gli sembra che venisse proprio dal Brasile. O forse era il Senegal, non ricorda bene.

Samba è nero, ma nero davvero, che ogni tanto, quando scendono le tenebre e fuori dal finestrino il mondo si confonde in una porzione di magma indistinto, assume le sembianze dello Stregatto: i contorni del volto svaniscono, e vedi soltanto i suoi occhi ridere. Occhi grandi, esageratamente grandi, occhi che ti osservano divertiti, e ti chiedi se ridono con te, o di te. Samba viene dal Congo, dal Niger, dalla Nigeria. Dice che non ha importanza il posto da cui vieni, è più importante trovarne uno dove dormire stanotte.

Samba adora raccontare la sua storia. E, contestualmente, raccontare un sacco di cazzate. Ma non lo fa per narcisismo, o per bieco spirito di autocompiacimento. Samba è un cantore, è un rapsodo: narra storie per il piacere di farlo. E, possibilmente, per raccogliere le simpatie di qualche donna – anzi, sospetto lo faccia soprattutto con quest’ultimo scopo.

Lo incontravo spesso ai tempi in cui il mio pendolaresimo mi conduceva in Cadorna. Ci siamo persi di vista durante il mio esilio in quel di Affori. Ci siamo ritrovati ora che sono ritornato nel Sacro Tempio delle Nord. Mi ha salutato con grande affetto, l’altra sera, fingendo di riconoscermi. Tanto lui la fa facile, per lui sono tutti “capo”. Ed io ho cercato di farglielo capire, cazzo Samba, se chiami le persone in questo modo mi vai a perpetrare anni di stereotipi da cinepattone, che l’indipendenza dei popoli passa anche dal linguaggio, e se proprio vuoi usare un epiteto allora scegli “zio”, che fa molto giovane milanese rampante. Lui mi ha risposto che non ha capito niente di quello che ho detto, e che i suoi zii sono probabilmente morti tutti da qualche tempo. Ed ha coronato il tutto con una solenne risata.

A Samba le donne piacciono parecchio. Dice che sono una calamita. Le preferisce sulla quarantina, possibilmente bionde, ma quest’ultimo dettaglio non ha troppa importanza. Samba, in ogni caso, ci prova. Ma lo fa con notevole discrezione e garbo. Particolare non da poco, le donne lo stanno a sentire. Sarà per quel fascino che ricorda (molto) vagamente Morgan Freeman, sarà per quella voce roca un po’ trascinata che richiama (molto) lontanamente quella di Barry White. Sarà che le prende in giro, sarà che le fa ridere. Sarà che dice loro che le porterà a ballare, perché lui a ballare è bravissimo, e le farà ballare tutta la notte. Dice che una volta ha incontrato una, a Seveso, che voleva sposarlo, gli aveva promesso di mantenerlo, e lui non avrebbe più dovuto lavorare. Ma lui non vuole sposarsi, perché tutte le donne sono belle, ed a lui piacciono tutte. Un filosofo tendente all’arrapato, in sostanza. E, per quanto riguarda il lavoro, nessun problema: lui tanto non lavora comunque.

Non racconta granché di sè. Oltre a quei racconti immaginifici di imprese interplanetarie, donne da favola e fughe avventurose, si intende. Una volta, a mezza voce, ha confessato che la Brianza non gli piace troppo, soprattutto d’inverno. Troppo freddo. Però in Brianza, quanto meno, non c’è la guerra. Considerazione banale, se vuoi. Per noi la guerra è ormai il più retorico dei concetti. “La pace nel mondo” è, al limite, l’ambizione di qualche presunta reginetta di bellezza. Quando vivi la guerra, però, riesci a vedere del bello persino a Cesano Maderno. E non è facile, eh, dico davvero.

Samba è un appassionato delle Nord. Ogni tanto prende treni a caso, sale, scende. Raccoglie qualche soldo in Cadorna, improvvisa due passi di danza, sorride alle donzelle. Lui non fa la carità, chiede dei prestiti. Sostiene di ricordarsi esattamente i volti di tutti coloro che gli hanno versato più o meno generose sovvenzioni, e l’ammontare delle stesse. Prima o poi diventerà ricco, e restituirà fino all’ultimo centesimo. Era preoccupato per la Manovra, l’altra sera, mentre sfogliava il Corriere abbandonato sul sedile del 21.09. Dice che lui vorrebbe pagarle le tasse, davvero. Ma ci sono alcuni problemi logistici. Ad esempio, non ha un euro. In secondo luogo, per lo Stato italiano non esiste. “Clandestino” non gli piace, preferisce di gran lunga essere chiamato “turista”. Fatto sta che queste benedette tasse non gliene fanno proprio pagare.

(Nella casa che lo ospita è arrivata però la richiesta di pagare il canone Rai. Anche se in quella casa il televisore non c’è. E non capiva perché dovessero pagare comunque. Io questa cosa non sono davvero riuscito a spiegargliela.)

Samba insiste che, quando dici una cosa, quella cosa diventa vera. Che immaginare una cosa, in qualche modo, è un po’ come crearla. Che differenza fa se ti racconto bugie o la verità? Ti è piaciuto ascoltare la mia storia, sei a posto così. Samba dice che corriamo troppo, che ci facciamo troppi problemi. Non come lui. Che viene dal Gabon, dal Mozambico, dallo Zambia. E che questa sera andrà a ballare, perché la signora del palazzo di fronte, la sera dopo una certa ora, alza sempre il volume della radio.

In fondo, gli do ragione. Tu balla. Il resto, che importanza ha?

Nuovo AD di Trenord: candidato

Me vò; bagai, se vedùm…

(La canzone non c’entra granché. La sto ascoltando in questo momento, ed in pieno spirito 2.0 mi pare giusto condividerla col mondo perché è parecchio bella).

Sai, c’è un momento in cui il viaggio sembra più importante della destinazione stessa.
E ti affezioni a quei vagoni, ai corridoi, al tempo che lentamente pare fossilizzarsi, pieghe di un abito inamidato che resistono alle logiche della fisica.
Pensi che vorresti fosse per sempre, anche se inconsciamente sai che non potrà mai accadere, e che in realtà non sarebbe neppure giusto; ma in certi momenti è piacevole ed importante crederlo, e sostenerlo, se necessario.

Io sono salito su quel treno all’alba di un paio di anni fa, in una mattina di fine dicembre in cui la neve arrivava a metà polpaccio. Mi persi in una zona di Milano dove le vie hanno i nomi di intellettuali classici, mi rifugiai in un bar che divenne la mia tana per i mesi successivi. Sono salito su quel treno per puro caso, perché qualcuno a cui devo parecchio decise che potevo essere un valido passeggero, e mi volle a bordo. Sono salito su quel treno ed in questi due anni mi è sempre sembrato di viaggiare sul convoglio più bello del mondo, di quelli che si vedono nei film, con il vagone ristorante e le carrozze con i letti grandi – probabile che esistano davvero, io però sono abituato alle cuccette da 6 ed ai cessi di metallo dei treni che scendono in Calabria.

Come tutti i viaggi ci sono quei momenti in cui il tragitto è lieto e senza fretta, ed attraversi la pianura perdendo il tuo sguardo oltre il limite dell’orizzonte; allo stesso tempo ci sono i tratti di montagna, quando le curve si fanno più strette e speriamo non transiti nessuno nell’altra carreggiata, che se dobbiamo fermarci non credo si riuscirebbe a ripartire. In qualche modo questo treno non si è arrestato mai; lo abbiamo portato oltre l’ostacolo, nonostante non sempre le nostre forze fossero sufficienti e la revisione non fosse stata eseguita con la dovuta perizia.

Sono salito su quel treno da solo, piuttosto spaventato, cercando di non calpestare i piedi a nessuno dentro lo scompartimento e di occupare l’angolo più in fondo, schiacciato contro al finestrino. Buona sorte mi ha fatto incontrare dei compagni di viaggio fantastici, che hanno saputo tirare fuori quanto di buono c’è nascosto in me. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Avrei voluto che questo viaggio durasse per molto tempo ancora, ma probabilmente sarebbe stata solo una menzogna, una mistificazione, un rifugiarsi nei tempi che furono. Mi è sempre rimasta impressa l’immagine dei giovani che nel Decamerone si rifugiano altrove per fuggire dal mondo. Avrei voluto che i giorni smettessero di passare, o forse avrei solo voluto che passassero ancora più in fretta. E non capivo se il paesaggio fuori dal finestrino rimanesse invariato, come se corressimo sul tapis-roullant, oppure se stesse fuggendo troppo rapidamente per metterlo a fuoco.

E’ arrivato il momento di scendere alla prossima stazione, e salire sul treno che passerà di qui a brevissimo. Onestamente non so quale sarà la destinazione; me ne hanno parlato bene, ma ci vorrà del tempo per sapere se ho fatto la scelta giusta. Ho tirato giù il mio bagaglio ed ho promesso che non avrei guardato indietro – ma si sa, le parole lasciano il tempo che trovano.
In ogni caso, porterò nel mio proseguo granelli sparsi di voi.

A voi. Grazie, di cuore, di tutto.

(Cadorna: I’ll be back….!)

Last morning in Affori

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